“Il diavolo veste Prada 2”, quando il glamour fa i conti con il tempo (e con sé stesso)

“Il diavolo veste Prada 2”, quando il glamour fa i conti con il tempo (e con sé stesso)

A vent’anni dal primo, iconico capitolo, Il diavolo veste Prada 2 riporta sullo schermo un universo che non è soltanto moda, ma linguaggio culturale. La regia di David Frankel e la sceneggiatura di Aline Brosh McKenna non si limitano a riproporre un cult: tentano piuttosto di interrogarlo, aggiornandolo a un presente in cui il potere editoriale e l’identità professionale sono profondamente mutati. Il ritorno di Meryl Streep nei panni di Miranda Priestly resta il fulcro magnetico del film. Accanto a lei, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci ricostruiscono una dinamica relazionale che gioca con la nostalgia senza esserne prigioniera. Il film, ambientato ancora tra Milano e le luci sofisticate di New York e gli uffici di Runway, introduce nuove figure e nuovi equilibri, suggerendo fin da subito che il vero tema non è più “entrare nel sistema”, ma sopravvivere alla sua trasformazione.

Moda, editoria e identità: le nuove tematiche

Se il primo capitolo raccontava il prezzo del successo, questo sequel si concentra sul costo del mantenimento del potere. La sceneggiatura affronta in modo esplicito la crisi dell’editoria tradizionale e la ridefinizione del ruolo delle riviste di moda nell’era digitale, tema già percepibile nella trama e nelle dinamiche tra i personaggi. Miranda non è più soltanto un’autorità indiscussa: è una figura che deve confrontarsi con un mondo che cambia più velocemente della sua influenza. Andy, invece, incarna la tensione tra realizzazione personale e memoria del passato, mentre Emily rappresenta una nuova forma di potere, più imprenditoriale e meno gerarchica. Il film suggerisce una domanda implicita: cosa resta dell’identità quando il sistema che l’ha costruita smette di esistere?

Uno spettacolo che funziona (anche) al botteghino

Dal punto di vista commerciale, il film si è rivelato un evento. In Italia ha debuttato con oltre 2,7 milioni di euro in un solo giorno, segnando il miglior esordio del 2026 e dominando immediatamente il box office. Anche a livello internazionale, le previsioni parlano di un debutto globale tra 175 e 190 milioni di dollari, con una partenza particolarmente forte negli Stati Uniti e in Australia. Questi numeri non sono solo il risultato della nostalgia: indicano una capacità rara di intercettare più generazioni, unendo chi ha amato il primo film e chi si avvicina ora a questo universo.

Estetica e continuità stilistica

Dal punto di vista visivo, la fotografia di Florian Ballhaus e i costumi di Molly Rogers mantengono un’eleganza coerente con l’originale, ma con un tono leggermente più sobrio. Non c’è più la stessa ostentazione scintillante: la moda diventa linguaggio, non solo spettacolo. La regia di Frankel privilegia ambienti più “vuoti”, quasi a sottolineare un senso di transizione. Gli spazi di Runway non sono più soltanto templi del gusto, ma luoghi in cui si avverte una certa fragilità strutturale.

Una pellicola senza nostalgia facile

Il diavolo veste Prada 2 non è il sequel perfetto, né prova a esserlo. La sua forza sta proprio nell’accettare di non poter replicare l’impatto del 2006. Invece di rincorrere il passato, lo mette in discussione. Il risultato è un film meno brillante ma più consapevole, che sostituisce la leggerezza con una riflessione più amara sul tempo, sul lavoro e sul significato del successo. E, forse, è proprio questo il suo gesto più “alla Miranda Priestly”: non cercare di piacere a tutti, ma dettare ancora una volta le regole, anche quando il mondo sembra non volerle più seguire.

Photo credits Courtesy of Press Office

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